Sentiero del Daimon
by Raffaella Guidobono
Una linea verde a uscire, una soglia d'ingresso e una via di uscita, un arrivo e una partenza, un orizzonte dentro cui e' possibile intravedere un animale, una radura, un lago, un cielo, un fiume, un mare, una moltitudine di presenze, reali o effimere, comunque pregnanti come la poesia, pacificanti come un deserto, ovvero il luogo dove meglio riesce a comparire un miraggio.
L'inseguimento della linea di colore verde giunge da riflessioni filosofiche. La presenza di un leone-simbolo anch'esso verde e la sua trasfigurazione in retta, scaturisce da letture sull'ebraismo. Del tutto invisibile dentro il lavoro astratto di Patricia Carmo esiste una presa di coscienza colma di storia del secolo scorso, lontana solo 60 anni ma testimone di orrori dove la pulizia e l'ordine erano imperativi al negativo.
Al principio l'incontro con una serie di disegni preparatori lascia intuire la forma dell'installazione divisa tra Palazzo Chigi e la Galleria Miralli inscritta nel palazzo. A seguire incrociamo fondi stratificati di bianco, calcificazioni di gesso e polvere, olio e pigmenti misti su tavola di legno, un acquerello incollato sulla grande tela quadrata che riassume l'intera mostra lasciando aperta la scelta del canale entro cui guardarla.
E' come se l'artista abbandonasse momentaneamente l'argomento per sviluppare temi concomitanti, per inserire spiegazioni, per narrare episodi atti a chiarire particolari di un tema principale. Come in una digressione, si abbandona al flusso dei pensieri per muoversi agilmente fuori dell'argomento centrale, divagare, ritornare al tema, e allontanarsi di nuovo.
Alcuni lavori risultano piu' grafici, altri sottendono una tensione verso quanto esiste dopo la linea tracciata, oltre il suo segno conduttore di altri significati. E se i disegni sono la selezione di una ricerca per nuove traiettorie, curve, ellissi, frazioni e sviluppi circolari di un futuro installativo in divenire, l'idea del quadro grande e centrale nella seconda sala e' presenza muta, massiccia ed eloquente al contempo.
Foriero di grande equilibrio e rappresentato dagli elementi raffiguranti il resto della mostra, pare sfociare dalla ricerca teorica di un maestro fra tutti, Giulio Paolini, e insieme dai testi sulla cultura matriarcale di Göttner-Abendroth, la poesia di Saffo, Mallarmé, Cecilia Meireles e Clarice Lispector. Ma soprattutto, qui esiste una forte componente alchemica, comprensiva di sviluppi sull'animismo e la simbologia del leone verde.
In qualche modo per vie lontane, nella sua forma ripetuta e uguale a se stessa e nell'importanza della superficie-schermo quale unico soggetto di qualsiasi rappresentazione, Patricia Carmo rivisita l'esistenza umana attraverso l'uso insistito di un colore cangiante e al contempo stabile, materico, in grado di trasmettere la sua presenza e imporla. L'opera diviene un oggetto e i suoi esiti sono imprevedibili. La concezione del lavoro resta quella non interventista. L'arte può "succedere" o "non succedere", ma in qualsiasi caso questo non dipenderà dal suo autore. "È il nostro punto di vista, non l'oggetto (sempre uguale o destinato a diventarlo), è la traiettoria dello sguardo (sempre diversa e comunque irripetibile) che disegna, non si sa dove, lo spazio dell'esposizione" chiosava Paolini nel 2003 in occasione di una mostra.
Per Patricia Carmo la linea verde sembra aprire e chiudere una serie di domande sospese.
Nel primo lavoro dei grembiuli capovolti nel 2005, dodici "parannanze" erano trasformate in altrettanti ritratti dagli artigiani che le avevano indossate per settimane. Nell'ultimo anno l'artista ha rivisitato la cronica incapacità degli esseri umani di mantenere rapporti chiari e la volontà di trovare un nesso, uno spiraglio di luce limpida, ripulita.
Anch'esso vocato a pulire, il sale assurge a elemento metaforico per uno studio di testi biblici nei loro significati multipli. L'artista ritrova nell'etimologia salina corrispondenze con animali e luoghi, salamandre, serpi, leoni che dai primi disegni arrivano a evocazioni di un corpo animale per poi pulirsi e giungere a una linea verde, dove il felino e' appena scarabocchiato e non ha una vera intenzione di venir rappresentato.
La linea attraversa la sua testa e rincorre montagne di sale che sembrano dettare pulizia e al contempo si sporcano nel passaggio sulla carta e sulla tela, spazi che si dilatano, quasi un raggio verde bidimensionale, una apparizione. A volte la linea si sdoppia, si accavalla, tenta di srotolare un nodo e si pone come possibilita' di sciogliere traumi, sfumare tensioni, pianare conflitti. Cosa vuole questa linea si domanda l'artista, cosciente del fatto che mentre al principio la rappresentazione era un tentativo di mostrare una cura, ora la ricerca va verso opere eteree, laddove la linea verde torna, insiste, pare proseguire dopo il foglio e in altre carte è mossa dal vento.
Improvvisamente siamo noi i vertici dell'opera, dentro l'installazione. Impossibilitati a cambiare il mondo, se non altro pronti a osservare.
Roma, Febbraio 2008.
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PATRICIA CARMO BALTAZAR CORREA
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moleskine detour 2008 madre 2008 daimon's walk 2008 unsichtbares wesen 2007 lion line 2007 bucato 2006 corpus 2005 drawings 2002-2008
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